Ode alla Girella


Istante perduto nel tempo numero 21.38.06.10.2017

La Girella incarna perfettamente nel mio immaginario l'archetipo del sogno irraggiungibile.

Non che sia difficile comprare una girella. Ce ne sono tante al supermercato, persino nei distributori automatici.
Ma c'è una storia personale che mi ci lega.


Da piccolo andavo sempre in vacanza al mare con i miei genitori. L'ho fatto fino a diciassette, diciotto anni. Poi sono diventato "indipendente".

A quell'epoca non esistevano i tablet, non avevo ancora un computer. Udite udite, non esistevano nemmeno i cellulari. Quindi, la sera si usciva di casa, tanto le temperature delle zone marittime d'estate lo permettono sempre, e si andava a fare una passeggiata per le strade del paese di turno, Santa Marinella, Santa Severa o che altro. Così, senza una meta. E non è che si frequentasse chissà che locale o posto. Il divertimento era nella passeggiata stessa, in un momento fuori dal tempo e fuori dagli obblighi. Probabilmente ho imparato lì a perdere tempo.

Ebbene, non ricordo esattamente se durante o dopo la passeggiata, mio padre tirava fuori come ricompensa della settimana una bellissima girella.

Ed io ero in estasi.

La scartavo dalla sua confezione trasparente, e la osservavo. C'erano diverse tecniche di mangiare la girella. C'era chi la gustava srotolandola piano piano. C'era chi, come mia sorella, leccava la parte inferiore, quella col cioccolato. Io, probabilmente, da "persona con impostazioni genitoriali forti" mi limitavo a mangiarla a semplici morsi, sperando che durasse il più possibile.

Fast forward avanti di trent'anni.

Oggi potrei comprare una montagna di girelle. Eppure la compro solo ogni tanto, altrimenti entrerei probabilmente in un conflitto drammatico con l'immagine interna della girella che c'è nella mia mente. Quindi mi limito a mangiarla così, una volta all'anno, cosciente di essere veramente libero solo nel momento in cui l'addento.

Quarant'anni diviso due


Istante perduto nel tempo numero 20.48.28.09.2017

Ci tenevo a fare un post analitico-nostalgico sui giochi della mia infanzia. Tutti dovrebbero fare uno sforzo di memoria e scriverne uno.

Farò una suddivisione tra "giocattoli" (quelli di vera plastica), "videogiochi" e "giochi del mio amico che avrei voluto avere anch'io". La cosa su cui riflettevo è che gli oggetti del desiderio dei miei 8 anni non sono più gli oggetti del desiderio dei miei 41 anni. Per quanto sembri scontato come concetto, mi fa pensare alla cosa di cui non ci accorgiamo quasi mai: il cambiamento.

Giocattoli

Tralasciando le ovvietà, come il cubo di Rubik, elencherò giochi meno comuni ma che magari suscitano in chi legge reminiscenze lontane ed un senso di calore nello stomaco (non so se chiedo troppo). Sono tutti o quasi tutti giochi che ho avuto, e, tanto per stare in tema, su cui ho perso molto tempo.

Comincerei da qualcosa che sta a metà tra un gioco ed un videogioco, ovvero quello che al tempo era noto dalle mie parti come "Schiacciapensieri", ma, avrei scoperto molto più tardi, in origine si chiamava "Game&Watch". Eravamo a Frascati, dai miei zii. Mio zio aveva uno di questi cosi. Un giorno iniziò a giocare e, senza perdere una vita, arrivò fino a 500 punti. Io ovviamente ero lì ipnotizzato a guardarlo. Ad un certo punto, successe qualcosa, e mio zio mi passò il giocattolo dicendo "continua tu". Chiaramente persi tutte le vite in meno di trenta secondi.


Potrei invece aprire un sotto-capitolo a parte sul tema "giochi che mio padre mi portò dall'America", ma la tassonomia è già abbastanza fitta.
Uno di questi era il mitologico "View-master", un pallotto futuristico (per l'epoca) di plastica rossa nel quale, con un notevole sforzo d'immaginazione, si potevano vedere immagini "tridimensionali" (le doppie virgolette sono d'obbligo).


Mio padre, avendo probabilmente un fiuto particolare per i tarocchi (non le arance), recuperò sempre in America, un clone a 8 pulsanti del ben più noto Simon, detto "Gotcha!". Del Gotcha non rimane praticamente traccia nè su Wikipedia (un giorno ne scriverò una pagina, che verrà immediatamente cancellata dai solerti admin, che mi ricorderanno che Wikipedia è un'enciclopedia, non il repository dei miei sogni infantili) nè sull'Internet tutta. Giusto qualche latinoamericano che lo vende su Ebay (non sanno che vale miliardi) (non è vero).

Per concludere questa sezione, se non vi siete ancora addormentati, due rompicapo (non trovavo un termine più obsoleto) che sembrerebbe siano stati creati sempre dal geniale inventore del "cubo", Erno Rubik, ma ebbero un successo inversamente esponenziale rispetto al loro predecessore.

Il primo, un serpentone plasticoso che all'occorrenza si trasformava in una palla. I bambini di oggi ci giocano ancora, ho scoperto.


L'altro, un insieme cigolante di tavolette di plastica, con il quale avrò rischiato più di un dito. Un Erno Rubik diciamo non nel suo massimo splendore.

Giochi del mio amico che avrei voluto avere anch'io

Tutti avevamo un amico con giochi più belli dei nostri.
Molti di voi sicuramente saranno stati artefici di "misteriose sparizioni" nelle case dei propri amici; ma nessuno verrà mai a condannarci per questi crimini, suppongo.
Gli oggetti del desiderio mutuati dalle esperienze (mistiche?) in casa dei miei amichetti sono principalmente due (almeno quelli che ora ricordi).

Uno lo vidi per una sola volta a casa di un compagno di scuola e, pensandoci bene, questo semplice incontro ebbe un'influenza devastante sulla mia intera esistenza. Si trattava del "Big Trak" (anche questa nozione scoperta su Wikipedia anni e anni più tardi). In sostanza, è un carrozzone futuristico (sempre per l'epoca) programmabile. Ovvero, mediante i plasticosi pulsanti che stanno sul dorso del Big Trak si può impostarlo in modo che esegua delle semplici operazioni (avanti, avanti, sinistra, avanti, avanti, spara, ecc.). Diciamo che per un bambino era un balzo nel futuro di almeno due-tremila anni. Molto probabilmente la smania per quest'oggetto era anche dovuta al fatto che lo vidi per una sera e poi mai più.

Il secondo è anch'esso un oggetto che vidi per una sola volta e me ne innamorai perdutamente. Sotto ne trovate una pubblicità (che definire "ingannevole" è sminuente).


Si trattava a tutti gli effetti di un lettore di videocassette con un formato ed una lunghezza molto particolare (probabilmente duravano al massimo un minuto). Esisteva anche una telecamerina che leggeva forse lo stesso tipo di cassette. Roba d'altri tempi.

Videogiochi

E per finire, i videogiochi.
Tanto per cambiare, due dei primi li vidi a casa dei miei zii (ho capito solo dopo molto tempo che in famiglia i miei zii erano pionieri delle tendenze tecnologiche). Uno era un gioco di società per il Commodore 64 ("Face Ache"), dove si doveva ricostruire una faccia memorizzandone i componenti principali (occhi, bocca, ecc.).



Il secondo è "Motor Mania", trisavolo di Need For Speed 9. Il motivo per cui mi piaceva probabilmente era lo stesso per cui il trend dei programmatori di app ad un certo punto sono diventati i giochi pixellati. La grafica non era appunto niente di che (in realtà chissà come la vedevo 30 anni fa), ma l'arrivo improvviso dell'ambulanza, anticipato da un rumore fuori campo, la caduta dei massi, l'apparente mancanza di un vero finale rendevano il gioco affascinante.



E per finire, l'opposto del politically correct: "Raid Over Moscow", un gioco dove bisognava andare a distruggere tre o quattro città russe ed un paio di monumenti.



Nonostante le polemiche che il gioco suscitò, anche all'epoca, credo che non abbia avuto alcun effetto anti-sovietico su di me. Io lo vedevo semplicemente per quello che è, ovvero un gioco, e ricordo ancora l'esultanza quando riuscii a completarlo ed andai saltando in cucina a raccontarlo a mia nonna.

Pensandoci bene, fu uno dei pochi videogiochi che riuscii a terminare.

Ottantotto miglia orarie


Istante perduto nel tempo numero 23.04.12.09.2017

Sarà che siamo un po' tutti cresciuti con Automan, sarà che siamo un po' tutti cresciuti con Supercar, le "auto che si guidano da sole" sono il sogno bagnato della mia generazione. Credo. A pensarci bene, Michael Knight aveva uno smartwatch. O forse lo avevano solo copiato da Dick Tracy.

In ogni caso, sono felice ogni giorno che questa tecnologia fa un passo in avanti, ma non so spiegare bene il perché.

Quello che mi fa paura è che la competizione, nel nostro mercato globalizzato e capitalista, sembra spingere verso alcune implementazioni che appaiono quantomeno premature. Ad esempio, Tesla dota le sue vetture di autopilot, ma nel contempo invita il guidatore a mantenere le mani sul volante. Come dire: noi ve l'abbiamo detto, poi fate voi. Magari correggeremo "eventuali problemi" nel prossimo push del programma di guida. Fa niente se qualcuno si schianta.

Quindi, al momento, se il player più competitivo del mercato sembra involutamente titubante con la sua stessa tecnologia, le driverless car per ora restano qualcosa di incerto ed insicuro. Però profondamente attraente. Probabilmente fa parte dell'infinita rivincita dei nerds che la fine del secondo e l'inizio del terzo millennio hanno segnato.
Niente più truzzi iperpompati che sgommano con i finestrini abbassati. Solo auto bianche che partono con un ronzio appena percettibile e Steve Jobs osannato su un palco mentre tira fuori un iPod dal taschino.

Ma forse amiamo l'idea delle auto a guida autonoma perché alla fine è solo un altro tassello nella liberazione dell'umanità dai compiti ripetitivi e proni all'errore. Perché un'umanità che abbandona le cose ripetitive e si eleva ad attività più edificanti è un'umanità migliore. O forse perché le auto a guida autonoma sono l'ulteriore dimostrazione che qualcosa che "solo l'uomo sa fare" ora la sa fare anche una macchina, e pure meglio. Ma di questa cosa, temo, può essere contenta solo una persona che ha dedicato la sua vita all'informatica (o Ray Kurzweil).

In ogni caso, l'autonomous drive sembra una strada inevitabile. Sensori di parcheggio, frenata assistita, ABS, cruise control, cambio di corsia automatico, stanno pian piano sminuendo il nostro ruolo alla guida di un'auto in quanto entità intelligenti. Certo, la fattibilità al 100% è ancora da dimostrare. Ad esempio è ancora da capire se una driverless car sarà capace di guidare tra le strade del quartiere Casilino evitando tutte le buche o tra le strade di Scampia evitando di essere smontata.

Però voglio crederci, dai.

Voglio credere al sogno americano che con le sue autostrade a dodici corsie da San Diego a Los Angeles riesce a semplificare qualsiasi problema trasformando una spline in una linea retta. Perché alla fine, forse, il modo più facile di far circolare una macchina a guida autonoma è quello di fare una strada che vada sempre dritto.



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