La neve per 25 minuti


Istante perduto nel tempo numero 23.22.26.02.2018

Stamattina era lunedì.
Mi sono alzato come al solito con la testa già proiettata sul lavoro, sulle cose da fare, sulle scadenze, sulle possibili soluzioni ai possibili problemi, eccetera. Quand'ecco, ho alzato la tapparella della finestra, come ogni mattina. Ed è stato a quel punto che i miei occhi non hanno visto il solito giardino, le solite inferriate alle finestre, le solite piante, il solito cielo. No. C'era un ammasso bianco su tutto questo, quell'ammasso bianco noto ai più come "neve", ma che noi nati a ridosso dell'equatore italiano vediamo ancora con diffidenza e stupore.

E' stato in quel momento che tutte le ansie, tutti i progetti lavorativi del giorno, tutte le scadenze, tutte le soluzioni, tutti i problemi, tutti i problemi per le possibili soluzioni sono svaniti come uno sbuffo di vapore. E' stato un po' come se il mondo mi dicesse: "amico, lascia stare tutto quello che ti affligge, riposa la tua mente, abbandona i tuoi dolori, perché oggi non andrai da nessuna parte, perché oggi hai il privilegio per cui tutto quello che dovevi fare può essere rimandato a domani". Ed una parte della mia mente ha detto: "sì, è ovvio". Quanto è ovvio quello che la neve mi stava trasmettendo. Strano non averlo capito in tutto questo tempo. Sarà la forza del suo immenso mantello bianco, che trasfigura le cose e te le fa vedere in maniera differente. Sarà la luce rifratta, che illumina tutto e rende tutto più chiaro.

Ed il giorno è passato così, tra pupazzi di neve raccolti agli angoli delle strade, tra i graffiti che oggi più che mai risaltavano in mezzo al grigiore della città, tra i pappagalli verdi che ormai fanno parte della nostra fauna urbana, tra i ragazzi con le scuole chiuse che si lanciavano palle di neve da una sponda all'altra della strada, tra i nostri culi gelati e gli spazzoloni per ripulire tonnellate di ghiaccio sulle macchine, tra i tergicristalli incollati e le attività commerciali che, non si sa esattamente poi alla fine per quale motivo, avevano pensato in massa di prendersi un bel giorno di ferie.

La neve a Roma è così. Pensavo capitasse ogni 25 anni, ed invece è riuscita a sorprendermi anche in questo. Ma solo per un giorno, o forse per una mattinata. Per una mattinata che alla fine, per quanto è passata velocemente, mi è sembrato durasse 25 minuti. Perché ormai la neve è quasi un ricordo. Rimane lì, dove il sole ha picchiato poco nel pomeriggio, in quelle zone di verde che ora sembrano foreste del Canada, ed ai bordi della strada, dove ormai sta diventando una misera poltiglia grigiastra. E probabilmente domani non ci sarà più. Dovremo aspettare altri 6 anni, o forse altri 25, o forse chissà quanto per rivederla tra le nostre strade che imbianca il Colosseo. Ed ogni volta che cadrà, dopo qualche tempo, ci ricorderemo com'eravamo quel giorno, e sarà più facile capire chi eravamo, senza mai capire però chi siamo oggi che è stato tutto bianco.


Vivamo in una simulazione?


Istante perduto nel tempo numero 22.13.29.11.2017

Ogni cellula del mio corpo, assuefatto al cinema di fantascienza dagli anni '70 ad oggi, spera di sì.

Sarebbe bello se fosse tutta una simulazione. Degli "dei" sadici e giocosi sarebbero la spiegazione più sensata per l'insensatezza dell'esistenza umana. Sarebbero la spiegazione migliore per tanti fisici (o filosofi?) in cerca di quello che veniva prima del big bang.
Chissà, magari siamo veramente vittime di intelligenze artificiali impazzite che ci tengono in bulbi rossi trasparenti e ci alimentano con tentacoli stile hentai. Che poi... "vittime"... tra la pillola blu e la pillola rossa tutta la vita quella blu. Chi ci tiene a svegliarsi in una specie di Milano post-atomica dove l'unico mezzo di trasporto (in orario, per carità) è una specie di sottomarino che viaggia nelle fogne?
Molto meglio la bisteccona succosa o la donna con il vestito rosso.

Una specie di supercomputer su cui gira il programma delle nostre esistenze avrebbe più senso. Lo farei girare anch'io quel programma se avessi tutta quella RAM. Questi "dei" giocosi scaricano film porno da internet? Che tipi sono? Si divertono a guardarci da fuori della simulazione? Certo le prime fasi dell'esistenza umana dovrebbero essere poco interessanti. Per tutti quei milioni di anni, poi. Sospetto abbiano un pulsante di avanti veloce.

Temo dovrò comprare qualche testo sull'argomento.
Sì, perché io sono sempre alla ricerca di prove più o meno tangibili sull'argomento, per quanto possa esistere una prova tangibile. Ad esempio, una volta avevo ragionato sul tipo di sogni che ogni tanto si fanno, dove compaiono tanti e tali essere umani diversi, che non abbiamo mai visto, con così tante caratteristiche che stentiamo a credere siano state create dalla nostra mente. E' una ovvia prova che viviamo in una simulazione. Di certo. Il nostro cervello entra in una specie di "subroutine nascosta di controllo" (tutto questo comincia a diventare simile alla sceneggiatura di Tron) dove abbiamo accesso ad un punto di vista esterno alla nostra mente. Il classico gatto di Matrix, tanto per non citare quel film.

Ragionare sul tipo di programma che fa girare questa simulazione è ancora più affascinante. Se supponiamo che la simulazione giri da quei 13-14 miliardi di anni, magari ad una velocità accelerata, la potenza di calcolo necessaria sembra spaventosa. Sì, vabbè, ci saranno delle tecniche di ottimizzazione, tipo non simulare gli alberi che cadono nella foresta dove non c'è nessuno (e che quindi non fanno rumore), ma serve sempre una CPU dannatamente potente. E poi la scheda grafica non dev'essere niente male.
I moduli che simulano l'evoluzione sono stati scritti da un genio. Sì perché come una specie di giocatore di biliardo, con una sola spaccata iniziale dev'essere in grado di mandare in buca tutte le palle. Su un biliardo a 1597463007 dimensioni e con 2097152 palle. Ovvero, dal protozoo iniziale siamo arrivati al millennial che posta immagini su Instagram. Cavolo, che evoluzione. Il ragazzo affannato di Fatboy Slim ci fa un baffo.
Se avessimo un computer (e soprattutto un algoritmo) di questa potenza, ci metteremmo a far girare una simulazione di millennial che postano immagini su Istagram? Mamma, la mia simulazione ha inventato Instagram. Sì, è un po' deprimente. Tutti quei cicli sprecati per l'ISIS. Tutti quei cicli sprecati per gente che si mette a speculare sulle simulazioni nei siti web. In effetti forse essere solo un mucchietto di Terabyte in una simulazione è davvero un po' deprimente. Ci sentiamo già abbastanza pallidi pallini blu nell'universo, se ci mettiamo dentro che siamo anche finti, mi intristisco. Dovremmo metterci anche noi a lavorare (ma sul serio, questa volta, cari i miei scienziatoni) su una simulazione di una piccola civiltà. Di quelle che postano le foto su Instagram, magari. Sì, penso che ne varrebbe la pena.

Ode alla Girella -------


Istante perduto nel tempo numero 21.38.06.10.2017

La Girella incarna perfettamente nel mio immaginario l'archetipo del sogno irraggiungibile.

Non che sia difficile comprare una girella. Ce ne sono tante al supermercato, persino nei distributori automatici.
Ma c'è una storia personale che mi ci lega.


Da piccolo andavo sempre in vacanza al mare con i miei genitori. L'ho fatto fino a diciassette, diciotto anni. Poi sono diventato "indipendente".

A quell'epoca non esistevano i tablet, non avevo ancora un computer. Udite udite, non esistevano nemmeno i cellulari. Quindi, la sera si usciva di casa, tanto le temperature delle zone marittime d'estate lo permettono sempre, e si andava a fare una passeggiata per le strade del paese di turno, Santa Marinella, Santa Severa o che altro. Così, senza una meta. E non è che si frequentasse chissà che locale o posto. Il divertimento era nella passeggiata stessa, in un momento fuori dal tempo e fuori dagli obblighi. Probabilmente ho imparato lì a perdere tempo.

Ebbene, non ricordo esattamente se durante o dopo la passeggiata, mio padre tirava fuori come ricompensa della settimana una bellissima girella.

Ed io ero in estasi.

La scartavo dalla sua confezione trasparente, e la osservavo. C'erano diverse tecniche di mangiare la girella. C'era chi la gustava srotolandola piano piano. C'era chi, come mia sorella, leccava la parte inferiore, quella col cioccolato. Io, probabilmente, da "persona con impostazioni genitoriali forti" mi limitavo a mangiarla a semplici morsi, sperando che durasse il più possibile.

Fast forward avanti di trent'anni.

Oggi potrei comprare una montagna di girelle. Eppure la compro solo ogni tanto, altrimenti entrerei probabilmente in un conflitto drammatico con l'immagine interna della girella che c'è nella mia mente. Quindi mi limito a mangiarla così, una volta all'anno, cosciente di essere veramente libero solo nel momento in cui l'addento.

Quarant'anni diviso due


Istante perduto nel tempo numero 20.48.28.09.2017

Ci tenevo a fare un post analitico-nostalgico sui giochi della mia infanzia. Tutti dovrebbero fare uno sforzo di memoria e scriverne uno.

Farò una suddivisione tra "giocattoli" (quelli di vera plastica), "videogiochi" e "giochi del mio amico che avrei voluto avere anch'io". La cosa su cui riflettevo è che gli oggetti del desiderio dei miei 8 anni non sono più gli oggetti del desiderio dei miei 41 anni. Per quanto sembri scontato come concetto, mi fa pensare alla cosa di cui non ci accorgiamo quasi mai: il cambiamento.

Giocattoli

Tralasciando le ovvietà, come il cubo di Rubik, elencherò giochi meno comuni ma che magari suscitano in chi legge reminiscenze lontane ed un senso di calore nello stomaco (non so se chiedo troppo). Sono tutti o quasi tutti giochi che ho avuto, e, tanto per stare in tema, su cui ho perso molto tempo.

Comincerei da qualcosa che sta a metà tra un gioco ed un videogioco, ovvero quello che al tempo era noto dalle mie parti come "Schiacciapensieri", ma, avrei scoperto molto più tardi, in origine si chiamava "Game&Watch". Eravamo a Frascati, dai miei zii. Mio zio aveva uno di questi cosi. Un giorno iniziò a giocare e, senza perdere una vita, arrivò fino a 500 punti. Io ovviamente ero lì ipnotizzato a guardarlo. Ad un certo punto, successe qualcosa, e mio zio mi passò il giocattolo dicendo "continua tu". Chiaramente persi tutte le vite in meno di trenta secondi.


Potrei invece aprire un sotto-capitolo a parte sul tema "giochi che mio padre mi portò dall'America", ma la tassonomia è già abbastanza fitta.
Uno di questi era il mitologico "View-master", un pallotto futuristico (per l'epoca) di plastica rossa nel quale, con un notevole sforzo d'immaginazione, si potevano vedere immagini "tridimensionali" (le doppie virgolette sono d'obbligo).


Mio padre, avendo probabilmente un fiuto particolare per i tarocchi (non le arance), recuperò sempre in America, un clone a 8 pulsanti del ben più noto Simon, detto "Gotcha!". Del Gotcha non rimane praticamente traccia nè su Wikipedia (un giorno ne scriverò una pagina, che verrà immediatamente cancellata dai solerti admin, che mi ricorderanno che Wikipedia è un'enciclopedia, non il repository dei miei sogni infantili) nè sull'Internet tutta. Giusto qualche latinoamericano che lo vende su Ebay (non sanno che vale miliardi) (non è vero).

Per concludere questa sezione, se non vi siete ancora addormentati, due rompicapo (non trovavo un termine più obsoleto) che sembrerebbe siano stati creati sempre dal geniale inventore del "cubo", Erno Rubik, ma ebbero un successo inversamente esponenziale rispetto al loro predecessore.

Il primo, un serpentone plasticoso che all'occorrenza si trasformava in una palla. I bambini di oggi ci giocano ancora, ho scoperto.


L'altro, un insieme cigolante di tavolette di plastica, con il quale avrò rischiato più di un dito. Un Erno Rubik diciamo non nel suo massimo splendore.

Giochi del mio amico che avrei voluto avere anch'io

Tutti avevamo un amico con giochi più belli dei nostri.
Molti di voi sicuramente saranno stati artefici di "misteriose sparizioni" nelle case dei propri amici; ma nessuno verrà mai a condannarci per questi crimini, suppongo.
Gli oggetti del desiderio mutuati dalle esperienze (mistiche?) in casa dei miei amichetti sono principalmente due (almeno quelli che ora ricordi).

Uno lo vidi per una sola volta a casa di un compagno di scuola e, pensandoci bene, questo semplice incontro ebbe un'influenza devastante sulla mia intera esistenza. Si trattava del "Big Trak" (anche questa nozione scoperta su Wikipedia anni e anni più tardi). In sostanza, è un carrozzone futuristico (sempre per l'epoca) programmabile. Ovvero, mediante i plasticosi pulsanti che stanno sul dorso del Big Trak si può impostarlo in modo che esegua delle semplici operazioni (avanti, avanti, sinistra, avanti, avanti, spara, ecc.). Diciamo che per un bambino era un balzo nel futuro di almeno due-tremila anni. Molto probabilmente la smania per quest'oggetto era anche dovuta al fatto che lo vidi per una sera e poi mai più.

Il secondo è anch'esso un oggetto che vidi per una sola volta e me ne innamorai perdutamente. Sotto ne trovate una pubblicità (che definire "ingannevole" è sminuente).


Si trattava a tutti gli effetti di un lettore di videocassette con un formato ed una lunghezza molto particolare (probabilmente duravano al massimo un minuto). Esisteva anche una telecamerina che leggeva forse lo stesso tipo di cassette. Roba d'altri tempi.

Videogiochi

E per finire, i videogiochi.
Tanto per cambiare, due dei primi li vidi a casa dei miei zii (ho capito solo dopo molto tempo che in famiglia i miei zii erano pionieri delle tendenze tecnologiche). Uno era un gioco di società per il Commodore 64 ("Face Ache"), dove si doveva ricostruire una faccia memorizzandone i componenti principali (occhi, bocca, ecc.).



Il secondo è "Motor Mania", trisavolo di Need For Speed 9. Il motivo per cui mi piaceva probabilmente era lo stesso per cui il trend dei programmatori di app ad un certo punto sono diventati i giochi pixellati. La grafica non era appunto niente di che (in realtà chissà come la vedevo 30 anni fa), ma l'arrivo improvviso dell'ambulanza, anticipato da un rumore fuori campo, la caduta dei massi, l'apparente mancanza di un vero finale rendevano il gioco affascinante.



E per finire, l'opposto del politically correct: "Raid Over Moscow", un gioco dove bisognava andare a distruggere tre o quattro città russe ed un paio di monumenti.



Nonostante le polemiche che il gioco suscitò, anche all'epoca, credo che non abbia avuto alcun effetto anti-sovietico su di me. Io lo vedevo semplicemente per quello che è, ovvero un gioco, e ricordo ancora l'esultanza quando riuscii a completarlo ed andai saltando in cucina a raccontarlo a mia nonna.

Pensandoci bene, fu uno dei pochi videogiochi che riuscii a terminare.

Ottantotto miglia orarie


Istante perduto nel tempo numero 23.04.12.09.2017

Sarà che siamo un po' tutti cresciuti con Automan, sarà che siamo un po' tutti cresciuti con Supercar, le "auto che si guidano da sole" sono il sogno bagnato della mia generazione. Credo. A pensarci bene, Michael Knight aveva uno smartwatch. O forse lo avevano solo copiato da Dick Tracy.

In ogni caso, sono felice ogni giorno che questa tecnologia fa un passo in avanti, ma non so spiegare bene il perché.

Quello che mi fa paura è che la competizione, nel nostro mercato globalizzato e capitalista, sembra spingere verso alcune implementazioni che appaiono quantomeno premature. Ad esempio, Tesla dota le sue vetture di autopilot, ma nel contempo invita il guidatore a mantenere le mani sul volante. Come dire: noi ve l'abbiamo detto, poi fate voi. Magari correggeremo "eventuali problemi" nel prossimo push del programma di guida. Fa niente se qualcuno si schianta.

Quindi, al momento, se il player più competitivo del mercato sembra involutamente titubante con la sua stessa tecnologia, le driverless car per ora restano qualcosa di incerto ed insicuro. Però profondamente attraente. Probabilmente fa parte dell'infinita rivincita dei nerds che la fine del secondo e l'inizio del terzo millennio hanno segnato.
Niente più truzzi iperpompati che sgommano con i finestrini abbassati. Solo auto bianche che partono con un ronzio appena percettibile e Steve Jobs osannato su un palco mentre tira fuori un iPod dal taschino.

Ma forse amiamo l'idea delle auto a guida autonoma perché alla fine è solo un altro tassello nella liberazione dell'umanità dai compiti ripetitivi e proni all'errore. Perché un'umanità che abbandona le cose ripetitive e si eleva ad attività più edificanti è un'umanità migliore. O forse perché le auto a guida autonoma sono l'ulteriore dimostrazione che qualcosa che "solo l'uomo sa fare" ora la sa fare anche una macchina, e pure meglio. Ma di questa cosa, temo, può essere contenta solo una persona che ha dedicato la sua vita all'informatica (o Ray Kurzweil).

In ogni caso, l'autonomous drive sembra una strada inevitabile. Sensori di parcheggio, frenata assistita, ABS, cruise control, cambio di corsia automatico, stanno pian piano sminuendo il nostro ruolo alla guida di un'auto in quanto entità intelligenti. Certo, la fattibilità al 100% è ancora da dimostrare. Ad esempio è ancora da capire se una driverless car sarà capace di guidare tra le strade del quartiere Casilino evitando tutte le buche o tra le strade di Scampia evitando di essere smontata.

Però voglio crederci, dai.

Voglio credere al sogno americano che con le sue autostrade a dodici corsie da San Diego a Los Angeles riesce a semplificare qualsiasi problema trasformando una spline in una linea retta. Perché alla fine, forse, il modo più facile di far circolare una macchina a guida autonoma è quello di fare una strada che vada sempre dritto.



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